Pubblicato sulla rivista “Italia Arte” fondata e diretta da Guido Folco – Anno II – N. 2 – Marzo 2015

Nella rivoluzione formale ed estetica delle Avanguardie del Novecento la pittura è diventata strumento, non fine, per comunicare messaggi, ideologie, cambiamenti, per raccontare e osservare il mondo con occhi nuovi, attraverso cui l’arte non ha più rappresentato la realtà per come era, ma per come avremmo voluto che fosse. In questa stagione del contemporaneo è evidente uno sviluppo ulteriore di questo sentimento e l’utopia trasforma in visionari universi anche la quotidianità. Lo fa attraverso nuovi schemi pittorici che non si muovono nell’ambito di scuole predefinite, di tendenze temporali, bensì seguendo e assecondando il gusto e lo stile del singolo artista, procurando al mondo dell’arte di oggi una ricchezza espressiva forse mai prima d’ora conosciuta e sperimentata. Questo lo si deduce, come nel caso dell’arte di Barbara Legnazzi, dall’utilizzo di materiali poveri, quali cartone, metalli, corde, fibre naturali e plastiche, ricavate da oggetti di uso comune. Elementi di scarto della società che, solo per il fatto di essere individuati e recuperati, rendono anche l’atto preparatorio dell’opera un manifesto d’intenti programmatico. I lavori di Barbara Legnazzi vivono quindi di sorpresa e mutamento, di costruzione e fantasia, riuscendo nel difficile compito di raccontare il mondo per come ognuno di noi lo vede e lo vive. Nell’assemblaggio dei materiali sulla tela, nella loro destrutturazione fisica, con tagli, strappi, lacerazioni, incollature, frammenti, l’artista reinventa un’idea di paesaggio, che di volta in volta si fa urbano, naturale, immaginifico, onirico. Nei totem cromatici, scanditi ritmicamente da campiture geometriche e cromatiche, si possono intravvedere grattacieli, skyline di metropoli abitate da luci e da strade, oppure contemporanee vetrate gotiche, in cui spirito e materia si alternano nel racconto dell’essenza dell’uomo. Le tele di Legnazzi assumono veste di muri graffiti post industriali, oppure di cieli e colline e campi, come fossero osservati dall’alto, a suggerire uno sguardo diverso e nuovo sulla realtà. I filari coltivati sono squadrati pezzi di cartoncino ondulato, le case, punti che seguono confini ideali, corsi d’acqua e laghi, trasparenti e increspate zone di colori sovrapposti. Nella ricerca di Barbara Legnazzi diventa fondamentale la sua idea di spazio, l’inconsapevole creazione immediata di forme e segni, che solo nella continuazione dell’opera muteranno funzione, carattere, natura, in una continua metamorfosi creativa. Anche in questo aspetto, nella assoluta mancanza di progettazione, che diventa alla fine equilibrata armonia, l’arte di Barbara Legnazzi si arricchisce di una fanciullesca purezza. La razionalità lascia libertà all’innocenza visiva, all’istinto espressivo che asseconda il sogno, il desiderio di sperimentare e scardinare l’omologazione visiva del mondo.

Guido Folco

“Arte a Palazzo” – Il contemporaneo si svela –

Sesta collettiva di Arte Contemporanea Internazionale a Palazzo Fantuzzi, Bologna

Maggio 2015

Testi critici a cura dello staff della Galleria Farini nelle persone di Grazia Galdenzi, Roberto Dudine, Azzurra Immediato.

NUMERO 39 quadrittico, tecnica mista su tela, 120x160x   , 2015

“Senza Titolo” è una dicitura che spesso spiazza chi si avvicina ad un’opera d’arte. Ci presenta un lavoro senza che un qualche termine possa chiarire quelle che sono state le intenzioni creative o la destinazione finale del lavoro.

Barbara Legnazzi, artista piemontese che a pieno titolo afferisce alla stagione contemporanea della pittura informale, sfida un po’ sia la critica che il pubblico, sottoponendo entrambi ad una comprensione che parte spesso dall’analisi di opere che sono, come un ossimoro, catalogate come “senza titolo”.

Naturalmente , si tratta di scelte autoriali, che si pongono quale contraltare di un modus operandi che, invece, pone nel titolo il rapporto dialogico tra significato e significante. Tuttavia, come affermava Munari:

“L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove, nella forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi”.

Accade questo per le opere di Barbara Legnazzi, che, pur non essendo assolutamente dipinti figurativi, riconoscibili, non offrono alcun appiglio visivo che possa determinare una direzione facile verso una comprensione immediata. Ma l’artista compie un passo in più, decostruisce la realtà sensibile, ne provoca una rottura che muta in altre forme, in altre materie, proprio verso una ricerca che è sempre in itinere, che non smette mai di cercare altre visioni, altre composizioni, altri linguaggi.

La Legnazzi, per fare ciò, per oggettivare la sua ricerca, si intrattiene sulla superficie pittorica, la scava, la arricchisce, la erode, la frantuma. Tutto, per scoprire profondità diverse, capaci di indagare oltre lo spazio bidimensionale, ma in grado di sostanziare nuove essenzialità. Forme di pensiero, linee, circolarità, assemblages, matericità suprema, che ricorda Burri e alcuna Arte Povera per il ricorso a taluni materiali, sembrano essere queste le componenti che entrano a far parte del mondo artistico della pittrice piemontese. C’è qualcosa nelle opere “senza titolo” della Legnazzi che, ad una osservazione analitica, stupisce e mette il fruitore nella posizione di non interrogarsi più sulle parole, sul concetto estrapolato e schematizzato, ma, al contrario, l’osservatore è messo in condizione di indagare attraverso la materia, attraverso le nuove realtà che, di volta in volta, vengono create e formate.

Accanto allo sperimentalismo che pone in primo piano una continuità di ricerca, osservando le opere della Legnazzi, come l’imponente quadrittico qui presentato, siamo certi che dietro tanto informale, in verità si nasconde bene un racconto, un’emozione, un meditato ragionamento che aprirebbe le via più intime dell’inconscio della pittrice. Tuttavia, questo luogo resta inviolabile, ci è offerto uno spiraglio di analisi e attraverso la materia che emerge dalla tela, frammenti di un misterioso atto maieutico si palesano.

Le nuove realtà che Barbara Legnazzi crea, si mettono a disposizione di tutti, si pongono quale nuovo baluardo di esistenza che, nella differenza tra un’opera e l’altra dell’artista, permettono ad ognuno di noi di trovare la propria strada, il proprio punto fermo da cui ripartire alla ricerca di sé.

Mai nulla si scompone se non per trovare, in altro luogo o in altro modo, nuova forma.

“Arte a Palazzo” – Primo anniversario di un progetto per il contemporaneo –

Ottava collettiva di Arte Contemporanea Internazionale a Palazzo Fantuzzi, Bologna

Settembre 2015

Testi critici a cura dello staff della Galleria Farini nelle persone di Grazia Galdenzi, Roberto Dudine, Azzurra Immediato e Francesca Chiarini.

NUMERO 43, tecnica mista su tela, 200x100x   , 2015

Torna, come a scandire un tempo dedicato all’arte, Barbara Legnazzi, con un’opera che, pur senza un titolo definitivo, serba in sé la volontà numerica che offre una determinazione nella produzione dell’artista.

Dopo il Numero 18, il Numero 38 ed altre opere che in Galleria Farini Concept non hanno, al contrario, presentato la loro cifra, sembra di seguire, passo dopo passo la linea di ricerca della Legnazzi, che, in quest’opera, Numero 43, propone, ancora una volta, elementi uguali e opposti di quelli che ormai segnano lo stile e la fenomenologia cara all’artista di Novara.

Restano, come essenza dei suoi lavori, le emersioni, gli assemblages, il ricorso a cromie del tutto particolari, velate di brillanti tonalità che rendono eterea e atmosferica la superficie. Ci sono, infatti, come delle costanti che ritrovo nel suo operato, come le continue e sempre differenti metamorfosi che sulla tela avvengono, i molteplici ed infiniti meandri in cui ella trasmigra la nostra immaginazione.

Tra gli elementi più tipici dell’arte di Barbara Legnazzi, probabilmente saranno da individuare l’abolizione, spesso perseguita anche in maniera forzosa, dell’elemento simmetrico nella composizione che vede la Legnazzi spingersi verso un genere di composizione essenzialmente asimmetrica in favore della materia e della occupazione dello spazio, in modo totalizzante. In parte, quale conseguenza diretta, la ricerca di un vuoto che, nel groviglio intricato di figure e segni, per esser base costruttiva, l’artista riempie di ulteriori tracce, come a rafforzare, con la materia, una presenza. E ancora, una importante predilezione per il colore, tendente ad un impasto tonale che fonde oggetto e materia. Altra caratteristica è, di certo, il rafforzamento della spazialità volumetrica, in cui la bidimensionalità ovvia del supporto pittorico, si scontra con la volontà di ricercare una nuova e più ampia dimensione, che non si accontenta di una tela di maggiori dimensioni, ma si spinge al di qua, nello spazio del reale.

La Legnazzi, attraverso questi suoi “numeri” ha creato un vero abbecedario di segni privilegiati, un vero e proprio alfabeto teso alla creazione di un frasario idiomatico che si volge alla creazione di alcune forme geometriche risolte solo in parte e su alcuni segni peculiari che appaiono ormai ricorrenti, come le spirali, i cerchi e le line ondeggianti. L’aspetto grafico-decorativo, traspone, in maniera volumetrica un tratto segnico e alcuni degli elementi sin qui riportati.

L’astrattismo informale delle opere della Legnazzi si traduce, pertanto, in fantasiose composizioni, in un diarchico altalenare tra asimmetria e ritmo. Tuttavia, nonostante la parossistica varietà di quelle che definirei vere e propri invenzioni stilistiche, nonostante la diversità di toni cromatici e forme, ovvero l’uso degli stessi, secondo differenti impieghi, i soggetti delle opere numerate di Barbara Legnazzi creano un connubio tra forma, materia e astrazione che spingono l’osservatore ad analizzare oltre ciò che reca la superficie. Tra quei meandri, ne sono certa e ne sarà certo anche il fruitore, si cela un luogo abitato dalle profondità inconsce, che trovano, in queste nuove e complesse dimensioni, un posto dove fuggire e nel quale rifugiarsi.

PREMIO “GRANDE MAESTRO 2016”

17/12/2016 Palazzo Francavilla – Palermo

Critica a cura di Sandro Serradifalco

NUMERO 47 ovvero Mi ritrovai per una selva oscura ché la dritta via era smarrita

(2016, tecnica mista su tela, 80x60x4,5)

Un’arte atavica che vede l’artista impegnarsi nella celebrazione dell’arcaico. Un impianto cromatico quasi inesistente se si considera quello a cui di solito pensiamo quando pensiamo ad un dipinto o un’opera d’arte, ma che sfrutta la sua essenzialità per trarne un vero e proprio vantaggio estetico. Le tonalità che cambiano dal grigio metallico, al rosso e verde rame giungendo al color bronzo, aggiungono personalità a quest’opera che, in un panorama artistico come quello contemporaneo, alle volte stereotipato, si staglia con fierezza tra le opere destinate a lasciare il segno. Un nuovo linguaggio segnico si diffonde tra incisioni, increspature, spessori e rilievi, insinuando nell’osservatore quella voglia di conoscenza che solo un’opera d’arte può suscitare.

Progetto “Pronto Soccorso – gli artisti ‘curati’ da Vittorio Sgarbi” – 2016/2017

Nella sua essenza, definirei l’arte della novarese Barbara Legnazzi, autodidatta con una passione non casuale per la musica, una questione di cadenze materiche.

Rispettando una tendenza sempre più comune fra gli artisti non figurativi, la Legnazzi ha fatto della materia ready made, già esistente, quindi, il più delle volte oggetto di precedenti manipolazioni industriali o artigianali, la base di partenza su cui imbastire un discorso espressivo ben preciso. Mi sono chiesto anche in altre circostanze, da osservatore esterno, ciò che non sempre gli artisti hanno interesse a chiedersi, ovvero il perché di un’attitudine comune che si è sviluppata in modo diverso dal passato, non per effetto di un’azione sostenuta da specifici gruppi, come succedeva con l’Avanguardia, ma per vie molto più legate alla libera soggettività individuale.

Non c’è dubbio che, anche nel caso della Legnazzi, la riflessione sulle principali esperienze materiche del secondo novecento, dall’Informale di Burri a una Junk Art le cui radici si sono equamente suddivise fra America ed Europa (da una parte il Combining di Rauschenberg, dall’altra il Nouveau Réalisme di Restany, Arman, César, Spoerri, Rotella), faccia da inevitabile presupposto storico e linguistico dell’idioma che si adotta, ma si ha l’impressione che non si tratti di un fattore decisivo all’interno della proposta estetica sostenuta dall’artista.

La Legnazzi, insomma, non vuole sentirsi erede di nessuno, anche se è perfettamente cosciente del fatto che la sua arte non nasca dal nulla. né condivide la provocatorietà tecnica – l’impiego di materiali ritenuti “anti-artistici” – e ideologica – la critica al consumismo capitalista – insita in molte delle manifestazioni artistiche prima ricordate: è storia passata, in quel momento avevano una loro ragione di essere, ma l’attuale congiuntura culturale è del tutto diversa da allora. Semmai, il reimpiego del già esistente rivela, nella Legnazzi, una mentalità adeguata ai nostri tempi, sensibile alla tematica ambientale: in fondo, cosa altro sono, le sue opere, se non sublimazioni poetiche del riciclo dello scarto, ormai così presente nel nostro quotidiano ordinario?

E non è forse la materia delle opere della Legnazzi anch’essa materia rigenerata, recuperata alla vita, convertita in musica visuale, con i suoi accenti, i suoi ritmi, le sue armonie, per rispondere a esigenze che non sono più nostre in quanto esseri consumatori, ma in quanto dotati di anima?

“Arte a Palazzo” – L’ebbrezza del contemporaneo –

Quinta collettiva di Arte Contemporanea Internazionale a Palazzo Fantuzzi, Bologna

Marzo – Aprile 2015

Testi critici a cura dello staff della Galleria Farini nelle persone di Grazia Galdenzi, Roberto Dudine, Azzurra Immediato.

NUMERO 25

NUMERO 34

Le cose sono immagini apparentemente innocenti, ma è necessario andare dietro le cose, strappare via questa innocenza e dare alle cose la loro storia <…> Io cerco di decostruire la realtà. Questa realtà, io la faccio ogni volta per così dire a pezzi, come se separassi a strappi le tende di un sipario <…>

Le parole pronunciate dal premio Nobel per la Letteratura Elfriede Jelinek, sembrano raccontare quello che accade sulle opere dell’artista piemontese Barbara Legnazzi, come se ci fosse un racconto velato, che la pittrice segue nella propria ricerca.

Commistioni, decostruzioni volte a creare nuove oggettività, sembrano prendere vita sulla tela, in cui pars destruens e pars construens, finiscono, paradossalmente, per andare nella stessa direzione. La pittura, che qui è qualcosa di più di semplice pittura, abrasiva, corrosiva conduce verso una sorta di immersione, verso una profondità dove si celano linguaggi ancestrali, nostre rappresentazioni primigenie, in cui la Legnazzi sembra voler portare i suoi fruitori. In tali remote profondità, che prendono la forma dell’inconscio, si annida una memoria universale, dalla quale emergono le tensioni del nostro ego, del nostro tempo, della storia umana.

La Legnazzi ingrandisce e rimpicciolisce forme che sono, in realtà amorfismi che cercano di trovare, sul supporto, un nuovo percorso, nuove rappresentazioni. Altalenando tra gli stilemi dell’informale e dell’astratto, in cui la materia ha ruolo fondante, la Legnazzi si apre ad uno sperimentalismo continuo, di linguaggio artistico che non è più solo pittorico.

Tuttavia, questa ricerca, che capiamo essere un continuum, dalla varietà di prove e stili che la Legnazzi porta nelle sue opere, ci mette di fronte ad un enigmatico fare arte, un misterioso atto creativo che, come ci mostra nelle opere qui esposte, non è mai uguale a sé stesso, ma si muove su linee diverse, che si intersecano, ma che mantengono salda la loro indipendenza.

Le due opere, entrambe Senza titolo, mostrano, in maniera puntuale quanto sia necessario andare oltre l’apparenza, scavare nella profondità delle cose che i nostri occhi incontrano. L’ingabbiatura di un titolo che, per moltissimi artisti, invece, riveste una parte concettualmente fondante dell’opera d’arte stessa, nel caso di Barbara Legnazzi non si rivela una diminutio, quanto, al contrario, un’apertura totale all’interpretazione. L’osservatore non penserà secondo le parole dell’artista ma si spingerà oltre, a cercare il senso più profondo e recondito.

Se per un attimo ci sembra di scorgere Arp e Burri nelle sperimentazioni della Legnazzi, ci accorgiamo anche che le forme vengono stravolte, spezzate, ricomposte secondo un nuovo ordine, di matrice astratta, che amplia le possibilità di visione e le possibilità di interpretazione, naturalmente.

Le due opere, realizzate a meno di un anno di distanza, risultano diametralmente opposte, per le cromie scelte, per il formato differente, per i “soggetti”, per quelle forme-non-forme che animano le due tele. Allora, senza porsi troppe domande, scopriamo cosa c’è oltre quel che la Legnazzi ci mostra…

“Arte a Palazzo” – Nuova meta del contemporaneo –

Settima collettiva di Arte Contemporanea Internazionale a Palazzo Fantuzzi, Bologna

Luglio 2015

Testi critici a cura dello staff della Galleria Farini nelle persone di Grazia Galdenzi, Roberto Dudine, Azzurra Immediato e Francesca Chiarini.

NUMERO 18, tecnica mista su tela, 70x50x   , 2014

NUMERO 38, tecnica mista su tela, 70x50x   , 2015

“Lo strano impulso dell’artista consiste nel sovrapporre ai brulicanti aspetti del mondo reale una folla di figurazioni nate dal suo spirito, dal suo occhio e dalle sue mani”

Sovrapposizione, brulicante, figurazione, spirito. Nell’idea della scrittrice Marguerite Yourcenar sembra racchiudersi un parallelo con l’arte di Barbara Legnazzi, a metà strada tra astrattismo ed informale. Un missaggio di queste che sono, in primis, strutture concettuali, e che, al di là degli stilemi convenzionali, serbano in sé profonde tensioni.

Barbara Legnazzi, sulle tele crea dimensioni che si interpongono tra la bidimensionalità e la tridimensionalità; ciò che pare costruirsi su un lato del supporto, finisce per decostruirsi sul lato opposto, ma in assenza di contrasto, quanto, piuttosto, in una sovrapposizione significativa, che stratifica l’esperienza artistica e la rende un’allegoria di spirito, una forma inconscia in grado di emergere in superficie.

Affioramenti, inclusioni ed emersioni si muovono nelle opere della pittrice, profondità e superficie dialogano in modo intimo, intenso, secondo linguaggi atavici, incomprensibili ma, allo stesso tempo, dalla forza empatica inspiegabile. Non vi sono forme figurativamente riconoscibili, non vi sono titoli che spieghino il soggetto rappresentato, ma solo amorfismi che prendono vita e si giustificano nell’uso dell’impasto cromatico, raffigurazioni di idee inconsce, in cui ritrovare un’ancora per accedere ad una primigenia ed universale memoria esistenziale.

Le opere esposte in Galleria Farini Concept, dove la Legnazzi torna tra il plauso del pubblico, sono due lavori del 2014 e del 2015 ed a sancire la loro consequenzialità sta quello che è da considerarsi come il sostituto del titolo: una numerazione crescente che individua le due opere come Numero 18 e Numero 38.

Un atto creativo tout court, che segue una regola maieutica tendente all’infinito, una sequenza che non identifica ma traccia un percorso dal sapore ancestrale, il quale si attualizza nella corrosione materica sulla superficie pittorica, una sorta di abrasione che rompe le distanze e si insinua tra le pieghe del nostro ego, del nostro tempo, della nostra mente e del nostro sguardo. La ricerca di nuove figurazioni, di nuovi piani compositivi e semiotici, spinge la Legnazzi ad intersecare idea e materia, in una fusione esemplare in cui però, l’indipendenza di significato intrinseco dell’una e dell’altra parte, non viene mai meno, a sancire la vera forza delle opere e di quanto ad esse sottosta.

Misteri che paiono palesarsi e subito dopo scomparire nella loro peculiare enigmaticità, mentre lo sperimentalismo continuo dell’artista prosegue, senza sosta, lungo una linea del tempo numerica che, come fosse un metronomo, scandisce il linguaggio artistico e pittorico, sì eterogeneo.

Reale e surreale si rincorrono, come figurativo ed astratto, come formale ed informale. Non in una gara ma un dialogo, complesso e perpetuo.

“Arte a Palazzo” – L’espressione del mondo a Bologna –

Decima collettiva di Arte Contemporanea Internazionale a Palazzo Fantuzzi, Bologna

Gennaio 2016

Testi critici a cura dello staff della Galleria Farini nelle persone di Grazia Galdenzi, Roberto Dudine, Azzurra Immediato e Yasmin Hassanin.

NUMERO 45 ovvero La Signora delle Camelie, tecnica mista su tela, 110x110x   , 2015

Sono mesi che l’artista Barbara Legnazzi presenta, felicemente, le sue opere in Galleria Farini Concept e, ogni volta ho come l’impressione di osservare le tessere di un più complesso mosaico.

Una delle caratteristiche, infatti, della Legnazzi è quella di creare opere astratte destinando loro solo un titolo numerico in successione, il concetto di “senza titolo”, come tempo fa avevo già scritto su queste pagine, definiva un paradigma di ricerca ben preciso e peculiare. Poi, di volta in volta, una sorta di indizio, un numero, una successione di cifre che non trovano appiglio in forma di immagine nei dipinti, se non quelli di immaginarli in una lista, una ragionata lista di catalogazione che serba la pittrice e, attraverso cui, scandisce il proprio tempo, secondo quello dell’arte.

Tuttavia, ogni volta era come se anche io avessi potuto aggiungere un quid in più, una nota all’esperienza interpretativa della pittrice piemontese e, irrazionalmente, ho sempre un po’ quella suspence da farmi immaginare che, andando avanti in questo suo e mio percorso, io – e con me gli osservatori – si possa scoprire cosa si cela, davvero, dietro questo simbolico linguaggio, fatto di forme astratte e numeri.

In questa occasione, che è quella della collettiva internazionale Arte a Palazzo – L’espressione del mondo a Bologna, Barbara Legnazzi ha deciso, però, di stupire tutti e, presenta un dipinto che, oltre a riportare la sua riconoscibile cifra, esplica con qualche parola in più un titolo. L’opera presentata è, pertanto, NUMERO 45 ovvero La Signora delle Camelie.

Dalla trama del romanzo di Dumas figlio o dal libretto per La Traviata di Verdi, non si ritrova, nell’opera della Legnazzi un chiaro e immediato parallelo figurativo, tant’è che, nonostante il titolo del dipinto sia ben definito, le forme tracciate sulla tela dall’artista resistono alle regole di asimmetria, astrazione, dimensionalità e tornano a creare delle imperiture metamorfosi sul supporto, che paiono trasformare il quadro in un’entità vivente. Ed in queste infinite trame, l’occhio dell’osservatore attento e fantasioso potrà scorgere un simbolo che ricordi le camelie di Marguerite, lasciando che l’immaginazione faccia il proprio corso.

Si riapre, dunque, il sipario su quella curiosità, strana, inspiegabile, quella sensazione che è come quando si sente di avere la soluzione di un enigma a poco dalla sua risoluzione. E mentre la mente vaga, in cerca di una qualche ancora, lo spirito si affida alla Signora delle Camelie, che possa dar nutrimento e forma alla curiosità del fruitore e della sottoscritta.

PREMIO “TROFEO INTERNAZIONALE ARTE IMPERO 2016” – Parigi – Vienna – Roma

Critica a cura di Paolo Levi

NUMERO 51

(2016, tecnica mista su tela, quadrittico 160x120x7)

Un’arte assolutamente sperimentale quella di Barbara Legnazzi, che gioca con gli impianti cromatici e le morbide geometrie che la sua fantasia produce. Osservare la realtà per l’artista è un esercizio di grande pregio che le consente di dar spazio alla creatività e a rielaborare le immagini che acquisisce dall’esterno, dandogli concretezza e matericità attraverso le sue opere. Sfrutta il colore come modulatore di un ritmo piuttosto allegro che coinvolge l’astante in un’osservazione attenta dell’opera, volta non solo a far godere la vista, ma a ricercare e trovare le molteplici chiavi di lettura che la pittrice stessa ci offre. Tra le “incisioni” del colore e l’applicazione di altri materiali per dare rilievo e carattere all’opera, è possibile scorgere non solo le sue doti tecniche puramente relative all’esecuzione, ma anche le qualità comunicative legate alla sua profondità d’animo.